Una mia vicenda personale con i Benetton. Dai maglioni colorati all’amore per il giardino, quando le autostrade erano ferite del paesaggio italiano.

Esattamente ventotto anni fa, agosto 1990, la Fondazione Benetton Studi e Ricerche creata da Luciano Benetton qualche anno prima, organizzò il primo corso destinato a studiosi, progettisti e curatori di parchi pubblici e privati. Il seminario interessò una ventina di persone, previo bando pubblico, provenienti da tutta l’Italia, invitati non per i loro meriti ma per gli impegni professionali ed i ruoli che svolgevano.
L’unico onere per i partecipanti erano le spese di viaggio. Al resto pensò tutto la Fondazione Benetton, che ci ospitò in una cornice meravigliosa: Asolo, cittadina ai piedi delle prealpi venete ricca di storia che ebbe tra i suoi residenti, tra i vari, Eleonora Duse, il drammaturgo Robert Browning e qualche futuro Papa.

Il corso durò interrottamente circa tre settimane con dei relatori di eccezione. Per citarne alcuni: i paesaggisti/architetti Thomas Wright, Carmen Añón , Domenico Luciani, i cultori della materia come Monique Mosser, Lionello Puppi, Ippolito PIzzetti o il filosofo Rosario Assunto. Avemmo la possibilità di conoscere e confrontarci con chi curava il Central Park di New York o i Kent Gardens inglesi.

I relatori erano trattati come ospiti in vacanza, con famiglia al seguito. Gli incontri si tennero nella splendida Villa Freya, ben lontani dall’apatia di un’aula scolastica. Assumevano per davvero la veste di salotto culturale quando, dopo il pranzo servito in villa, nel pomeriggio ci radunavamo nel giardino retrostante, all’ombra dei pergolati, con i traduttori simultanei sempre presenti per facilitare il dialogo.

Accademici della Facoltà d’Architettura della Università di Venezia fecero poi da cicerone per le visite ai giardini che abbellivano le ville palladiane o quelle che si affacciavano sul lago di Garda proprietà di note famiglie imprenditoriali italiane.

Il vero principe di tutto il corso fu Roberto Burle Marx, al centro della foto, architetto paesaggista di fama mondiale e immancabile bicchiere di pinot in mano. Sembra una caricatura uscita da un libro per ragazzi, però per il suo essere semplice e pratico, per quella visione astratta e utopica del paesaggio, pittore dei giardini, la sua opera venne richiesta in tutto in tutto il mondo. Sono oltre 2000 i parchi, le piazze, le passeggiate che portano la sua firma attorno al pianeta.
Molti di loro oggi non ci sono più, però rimane il ricordo di una bella esperienza culturale più che formativa, che personalmente volli ricordare nei due estremi storici di intendere un giardino: quello formale che progettai per la sommità del bunker di Monte Mixi e più avanti quello funzionale per il Parco Metropolitano di Monte Claro. Tutto ciò, grazie al mecenatismo dei Benetton quando ancora si occupavano di maglioni colorati.
Tra indotto e diretti, c’erano allora circa ventimila persone occupate in tutto il Veneto.

Oggi sono in pochi a fare maglioni ed è calato il silenzio in tanti laboratori piccoli e grandi. Gran parte della produzione è “dislocata” all’estero, India e Cina incluse.
Perchè i Benetton ora si interessano di altra “roba”, color grigio-asfalto. Una tinta molto triste.

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